@nourah.bellydancer: بعدين وياك #noura🍒 #wheneverwherever #fyppppppppppppppppppppppp #foryoupage #صابرين_النجيلي #foryourpage #viral #CapCut #اكسبلورexplore

NOURAH bellydancer
NOURAH bellydancer
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Monday 02 September 2024 18:51:32 GMT
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Comments

rayalzar
RAY :
Very nice
2024-09-04 20:04:10
0
ahmed_.340
احمد صقر :
❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤ مش عارف اخرج من الفيديو فيديو حلو
2024-09-13 17:24:48
2
user6008349680091
حبيبتي :
مش عرفه اخرج من فديوه انتي فدوه
2024-09-17 06:35:04
2
user6566278007923
Mounira :
عسل 👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏👏
2024-09-13 01:32:36
1
user5bpobbymlf
المنصور :
عسل جه من غير نحل 🥰🌹🌹🌹
2025-09-20 01:17:44
0
user4259152121255
فارس الصيفي :
🥰❤انا بحبك اوى اوى ♥💞💞💙❤💞♥🥰🥰
2025-07-12 13:01:06
1
user4007679230118
user4007679230118 :
بصراحة مرة جامدة❤️❤️❤️💋💋💋
2025-07-18 11:04:14
0
user76087545600656
حماده :
يا ناس يابصل العسل وصللللللللللللللللللللللل
2024-09-11 20:16:37
1
ahmedmatar196
ahmed :
❤️❤️❤️قلبي اللي بحبه
2024-09-12 19:35:26
1
dyvoxxnrrfz2
ابو رهف الهواري :
الله عليك يا واتك
2024-09-07 17:51:21
0
goldenboysmart
Goldenboy Smart :
وبعدين وياكى انتى 🤩
2024-09-11 05:16:35
0
ahmed.harpy97
ahmed harpy :
انتي اسكندرانيه بلطيه حلويات ♥️🌹
2024-09-08 19:42:17
0
user2123180595704
طارق :
أكيد اغلبيت التعليقات شباب
2024-09-13 17:58:19
1
mohammedalfnan916
mohammedalfnan916 :
بطل ❤️
2024-09-07 01:48:16
0
user39102211
كوكي قلب الاسد :
جميله ربنا يسعدك وفرحك ياقمر🌹🌹
2024-12-16 12:36:10
0
elord__
elord__ :
هنا في الفستان موهبة الرقص بانت 🌹🌹
2024-09-08 14:56:56
0
kazemialhawa2
👑علہٰيٰ 🇮🇶 :
فديت النمر ❤️
2024-10-13 15:17:56
0
user76087545600656
حماده :
مساء الجمال و المحبه ياامدلعععععععععععع🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰🥰
2024-09-13 19:24:47
0
ragabhelal2
Ragab *🇪🇬~🇮🇹 :
🥰
2025-11-16 18:39:07
0
tokamagdy123
Dr Toka :
🥰
2025-10-08 18:40:37
0
mansour.tamadonne
Mansour Tamadon-Nejad :
🥰
2025-10-07 15:15:23
0
ahmed.n.g.s.a
Ahmed :
😂
2025-11-08 01:28:20
0
ayaawadin1511
آيه عوضين ..🇪🇬❤️ :
@Amira Awadin
2025-09-29 12:00:55
0
sayed.elfrmawy
سيد الفرماوي :
❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤
2025-09-25 04:23:28
0
ahmedabdelmageed300
🇦🇹🏹Ahmed A.El Mageed🏹🇦🇹 :
❤️❤️❤️
2024-09-06 16:37:35
0
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Era una mattina di maggio del 1860 quando Elizabeth Packard, come ogni giorno, baciò i suoi sei figli prima di uscire di casa. Pensava alla cena, al ritorno, alla solita routine. Non poteva immaginare che quella porta, una volta chiusa, non si sarebbe più riaperta per lei. A decidere il suo destino fu suo marito, Theophilus Packard, stimato pastore della comunità. Ma dietro la facciata rispettabile, c’era un uomo incapace di accettare che sua moglie avesse idee proprie. Elizabeth osava mettere in discussione le sue convinzioni religiose, difendeva il diritto di pensare liberamente, sollevava dubbi. E questo, all’epoca, bastava. Una sola firma. Tanto bastava nell’Illinois di allora: un marito poteva far rinchiudere la moglie in manicomio senza prove, senza medici, senza processo. Solo la sua parola. Così, a 43 anni, madre di sei figli, lucida e consapevole, Elizabeth fu portata via e rinchiusa nell’istituto di Jacksonville. Non aveva commesso alcun reato, se non quello di avere una voce. Ma ciò che trovò lì dentro fu ancora più sconvolgente. Donne. Tantissime. E quasi nessuna davvero malata. Erano lì perché scomode, indipendenti, troppo vive per essere controllate. Alcune avevano gestito i propri soldi, altre avevano parlato troppo o pregato in modo diverso dai mariti. Altre ancora avevano semplicemente detto “no”. Quell’istituto non era un luogo di cura, ma una prigione. E la legge aveva consegnato le chiavi agli uomini. Elizabeth avrebbe potuto arrendersi, spegnersi, lasciarsi andare. Ma scelse un’altra strada. Cominciò a scrivere. Su fogli nascosti tra i vestiti e sotto le assi del pavimento, annotava tutto: storie, abusi, ingiustizie. Per tre anni costruì, nel silenzio, una verità che nessuno voleva ascoltare. Non stava solo cercando di salvarsi. Stava preparando qualcosa. Poi arrivò il giorno del processo pubblico sulla sua sanità mentale. Suo marito era sicuro di vincere: chi avrebbe mai creduto a una donna contro un pastore rispettato? E invece, accadde l’inatteso. Elizabeth si alzò in aula. Non urlava, non supplicava. Parlava con calma, con precisione, con la forza di chi ha attraversato il dolore senza perdere sé stessa. Spiegò la sua “follia”: credeva nel libero arbitrio. Tutto qui. Poi aprì i suoi quaderni e, per ore, raccontò le storie di quelle donne dimenticate. Con lucidità, dignità, verità. “Non chiedo pietà. Chiedo giustizia.” La giuria si ritirò. Sette minuti. Tanto bastò per cancellare tre anni. Il verdetto fu chiaro: perfettamente sana di mente. Ma la battaglia di Elizabeth non finì lì. Tornata a casa, scoprì che le avevano portato via tutto: figli, beni, la vita di prima. Così fece l’unica cosa possibile: trasformò il dolore in cambiamento. Pubblicò i suoi scritti, viaggiò, parlò davanti a giudici, legislatori, cittadini. Non lottava più solo per sé stessa, ma per tutte le donne che rischiavano di essere cancellate con una firma. E qualcosa, lentamente, cambiò. Le leggi vennero modificate: servirono prove, medici, processi. Non bastava più la parola di un uomo. In un’epoca in cui le donne non potevano votare né possedere nulla, Elizabeth Packard cambiò il significato stesso di giustizia. Pagò un prezzo altissimo: anni lontana dai figli, povertà, legami spezzati. Ma non si fermò mai. Continuò a scrivere, a parlare, a resistere. Morì nel 1897, dopo aver dedicato quasi quarant’anni a fare in modo che ciò che era accaduto a lei non potesse più accadere a nessun’altra. Un uomo firmò un foglio per farla tacere. Lei rispose con migliaia di pagine. E oggi, anche se il suo nome è poco conosciuto, viviamo dentro le leggi che lei ha contribuito a cambiare. Perché ci sono voci che nessuna porta può chiudere. E quando trovano la strada per uscire, sanno davvero cambiare il mondo. Forse, la vera follia è credere che il coraggio possa essere rinchiuso.
Era una mattina di maggio del 1860 quando Elizabeth Packard, come ogni giorno, baciò i suoi sei figli prima di uscire di casa. Pensava alla cena, al ritorno, alla solita routine. Non poteva immaginare che quella porta, una volta chiusa, non si sarebbe più riaperta per lei. A decidere il suo destino fu suo marito, Theophilus Packard, stimato pastore della comunità. Ma dietro la facciata rispettabile, c’era un uomo incapace di accettare che sua moglie avesse idee proprie. Elizabeth osava mettere in discussione le sue convinzioni religiose, difendeva il diritto di pensare liberamente, sollevava dubbi. E questo, all’epoca, bastava. Una sola firma. Tanto bastava nell’Illinois di allora: un marito poteva far rinchiudere la moglie in manicomio senza prove, senza medici, senza processo. Solo la sua parola. Così, a 43 anni, madre di sei figli, lucida e consapevole, Elizabeth fu portata via e rinchiusa nell’istituto di Jacksonville. Non aveva commesso alcun reato, se non quello di avere una voce. Ma ciò che trovò lì dentro fu ancora più sconvolgente. Donne. Tantissime. E quasi nessuna davvero malata. Erano lì perché scomode, indipendenti, troppo vive per essere controllate. Alcune avevano gestito i propri soldi, altre avevano parlato troppo o pregato in modo diverso dai mariti. Altre ancora avevano semplicemente detto “no”. Quell’istituto non era un luogo di cura, ma una prigione. E la legge aveva consegnato le chiavi agli uomini. Elizabeth avrebbe potuto arrendersi, spegnersi, lasciarsi andare. Ma scelse un’altra strada. Cominciò a scrivere. Su fogli nascosti tra i vestiti e sotto le assi del pavimento, annotava tutto: storie, abusi, ingiustizie. Per tre anni costruì, nel silenzio, una verità che nessuno voleva ascoltare. Non stava solo cercando di salvarsi. Stava preparando qualcosa. Poi arrivò il giorno del processo pubblico sulla sua sanità mentale. Suo marito era sicuro di vincere: chi avrebbe mai creduto a una donna contro un pastore rispettato? E invece, accadde l’inatteso. Elizabeth si alzò in aula. Non urlava, non supplicava. Parlava con calma, con precisione, con la forza di chi ha attraversato il dolore senza perdere sé stessa. Spiegò la sua “follia”: credeva nel libero arbitrio. Tutto qui. Poi aprì i suoi quaderni e, per ore, raccontò le storie di quelle donne dimenticate. Con lucidità, dignità, verità. “Non chiedo pietà. Chiedo giustizia.” La giuria si ritirò. Sette minuti. Tanto bastò per cancellare tre anni. Il verdetto fu chiaro: perfettamente sana di mente. Ma la battaglia di Elizabeth non finì lì. Tornata a casa, scoprì che le avevano portato via tutto: figli, beni, la vita di prima. Così fece l’unica cosa possibile: trasformò il dolore in cambiamento. Pubblicò i suoi scritti, viaggiò, parlò davanti a giudici, legislatori, cittadini. Non lottava più solo per sé stessa, ma per tutte le donne che rischiavano di essere cancellate con una firma. E qualcosa, lentamente, cambiò. Le leggi vennero modificate: servirono prove, medici, processi. Non bastava più la parola di un uomo. In un’epoca in cui le donne non potevano votare né possedere nulla, Elizabeth Packard cambiò il significato stesso di giustizia. Pagò un prezzo altissimo: anni lontana dai figli, povertà, legami spezzati. Ma non si fermò mai. Continuò a scrivere, a parlare, a resistere. Morì nel 1897, dopo aver dedicato quasi quarant’anni a fare in modo che ciò che era accaduto a lei non potesse più accadere a nessun’altra. Un uomo firmò un foglio per farla tacere. Lei rispose con migliaia di pagine. E oggi, anche se il suo nome è poco conosciuto, viviamo dentro le leggi che lei ha contribuito a cambiare. Perché ci sono voci che nessuna porta può chiudere. E quando trovano la strada per uscire, sanno davvero cambiare il mondo. Forse, la vera follia è credere che il coraggio possa essere rinchiuso.

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