@bibi.love212: Do Not Use This Oil if you have Sensitive Skin ‼️ #sensitiveskin#gonewrong#allergicreaction#keepingitreal#fypシ

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Monday 09 March 2026 18:07:02 GMT
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saimahhussain0
Saimah Hussain :
if its concentrated u need a carrier oil
2026-07-08 08:58:02
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elianapena07
PRINCESA.DE.PAPÁ🌸💖🕊️ :
I actually bought this recently I been using this for 4 days and for me so far it’s been working good. No allergic reaction either. It all depends on your skin.
2026-04-08 15:29:26
7
vulpestivita
Erinita :
Mix it into a moisturizer
2026-04-06 01:28:48
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Pochi sanno che Freddie Mercury, l'uomo che riempiva gli stadi, telefonava a casa dalle camere d'albergo di tutto il mondo per parlare con i suoi gatti. Non era una battuta. Chi gli stava accanto lo confermava: arrivava in hotel, componeva il numero, e qualcuno a Londra doveva sollevare il gatto fino alla cornetta. Lui parlava. E aspettava di sentire le fusa dall'altra parte. Ne aveva dieci, a Garden Lodge. Quasi tutti raccolti dalla strada, dai rifugi. Li chiamava i suoi figli. Ma ce n'era una sola che dormiva ai piedi del suo letto. Delilah. Una gatta tricolore, capricciosa, che comandava in casa e si lasciava accarezzare solo da lui. Le scrisse perfino una canzone — una delle ultime della sua vita. Negli ultimi mesi, quando la malattia se lo stava portando via e il mondo ancora non sapeva, Freddie si chiudeva nella sua stanza. Niente palco. Niente folla. Niente voce che faceva tremare il mondo. Solo lui, sempre più fragile, e Delilah. Pare che gli amici, in quei giorni, lo trovassero spesso immobile, in silenzio, con la gatta sul petto. Non parlava. Non cantava. E Delilah non si muoveva. Restava lì, come se sapesse che il tempo era poco, e che ogni respiro andava custodito. Uno degli ultimi gesti di Freddie Mercury, prima di andarsene, fu accarezzare il pelo di Delilah. Non una folla. Non un applauso. Non una nota. Una mano che si posa su un gatto. Perché alla fine, quando cade tutto — la voce, la gloria, il nome che il mondo intero conosce — resta solo chi è rimasto per te quando non cantavi. E i gatti restano. Non per il mito. Per l'uomo.
Pochi sanno che Freddie Mercury, l'uomo che riempiva gli stadi, telefonava a casa dalle camere d'albergo di tutto il mondo per parlare con i suoi gatti. Non era una battuta. Chi gli stava accanto lo confermava: arrivava in hotel, componeva il numero, e qualcuno a Londra doveva sollevare il gatto fino alla cornetta. Lui parlava. E aspettava di sentire le fusa dall'altra parte. Ne aveva dieci, a Garden Lodge. Quasi tutti raccolti dalla strada, dai rifugi. Li chiamava i suoi figli. Ma ce n'era una sola che dormiva ai piedi del suo letto. Delilah. Una gatta tricolore, capricciosa, che comandava in casa e si lasciava accarezzare solo da lui. Le scrisse perfino una canzone — una delle ultime della sua vita. Negli ultimi mesi, quando la malattia se lo stava portando via e il mondo ancora non sapeva, Freddie si chiudeva nella sua stanza. Niente palco. Niente folla. Niente voce che faceva tremare il mondo. Solo lui, sempre più fragile, e Delilah. Pare che gli amici, in quei giorni, lo trovassero spesso immobile, in silenzio, con la gatta sul petto. Non parlava. Non cantava. E Delilah non si muoveva. Restava lì, come se sapesse che il tempo era poco, e che ogni respiro andava custodito. Uno degli ultimi gesti di Freddie Mercury, prima di andarsene, fu accarezzare il pelo di Delilah. Non una folla. Non un applauso. Non una nota. Una mano che si posa su un gatto. Perché alla fine, quando cade tutto — la voce, la gloria, il nome che il mondo intero conosce — resta solo chi è rimasto per te quando non cantavi. E i gatti restano. Non per il mito. Per l'uomo.

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