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All'interno dell auto 4 braccianti muoiono carbonizzati, tre di nazionalità afghana, uno originario del Pakistan. Un quinto, Taj Mohammad Alamyar riesce a fuggire e a mettersi in salvo.  Ed è proprio Alamyar che ricostruisce il terribile omicidio e pronuncia le parole 'mafia pakistana'.  Secondo il suo racconto, i due uomini fermati questa notte, individuati dalle forze dell'ordine grazie alle riprese delle telecamere di sorveglianza della stazione di servizio, pakistani anch'essi, pretendevano soldi per il trasporto. Le vittime non volevano pagare. A quel punto, ha detto il superstite, nell’abitacolo sarebbe stata gettata benzina e poi un accendino. Lui è riuscito a salvarsi rompendo un finestrino.  Nel suo racconto c’è anche altro: minacce, lavoro nei campi, paghe negate. «Da mangiare sì, la casa sì, ma i soldi no», ha detto. E poi quella frase: «C’è una grande mafia del Pakistan».  Non esiste, almeno nelle ricostruzioni giudiziarie note, una “mafia pakistana”. Non c’è una cupola, non c’è un’organizzazione nazionale con vertici riconoscibili. Esistono però reti criminali composte anche da cittadini pakistani o di origine pakistana. Reti che, in alcune aree d’Italia, si muovono tra traffico di migranti, caporalato, sfruttamento del lavoro agricolo, estorsioni. La parola “mafia”, in questo caso, descrive soprattutto un metodo. Il controllo. Il problema però non è etnico ma economico e sociale.  Video completo su YouTube, clicca il link. Di Paolo Mura #IlMessaggero #calabria #mafia #pakistan #caporalato
All'interno dell auto 4 braccianti muoiono carbonizzati, tre di nazionalità afghana, uno originario del Pakistan. Un quinto, Taj Mohammad Alamyar riesce a fuggire e a mettersi in salvo. Ed è proprio Alamyar che ricostruisce il terribile omicidio e pronuncia le parole 'mafia pakistana'. Secondo il suo racconto, i due uomini fermati questa notte, individuati dalle forze dell'ordine grazie alle riprese delle telecamere di sorveglianza della stazione di servizio, pakistani anch'essi, pretendevano soldi per il trasporto. Le vittime non volevano pagare. A quel punto, ha detto il superstite, nell’abitacolo sarebbe stata gettata benzina e poi un accendino. Lui è riuscito a salvarsi rompendo un finestrino. Nel suo racconto c’è anche altro: minacce, lavoro nei campi, paghe negate. «Da mangiare sì, la casa sì, ma i soldi no», ha detto. E poi quella frase: «C’è una grande mafia del Pakistan». Non esiste, almeno nelle ricostruzioni giudiziarie note, una “mafia pakistana”. Non c’è una cupola, non c’è un’organizzazione nazionale con vertici riconoscibili. Esistono però reti criminali composte anche da cittadini pakistani o di origine pakistana. Reti che, in alcune aree d’Italia, si muovono tra traffico di migranti, caporalato, sfruttamento del lavoro agricolo, estorsioni. La parola “mafia”, in questo caso, descrive soprattutto un metodo. Il controllo. Il problema però non è etnico ma economico e sociale. Video completo su YouTube, clicca il link. Di Paolo Mura #IlMessaggero #calabria #mafia #pakistan #caporalato

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