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حمندلي الملك🖤
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tahamjed
Taha11 :
يلك
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amoree_22
امير احمد :
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حمودي سمند ☘️❤ :
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2026-07-05 15:31:33
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A metà Novecento, Frantz Fanon, psichiatra e teorico della decolonizzazione, mostra in “I dannati della terra” e “Pelle nera, maschere bianche” un colonialismo che non si limita a occupare territori: produce soggetti, interiorizza gerarchie, plasma il modo in cui colonizzati e colonizzatori imparano a vedersi e a vedere il mondo.   Negli anni Settanta, Edward Said in “Orientalismo” critica un Occidente che non ha semplicemente descritto l’“Oriente”, ma lo ha costruito come immagine coerente, esotica, inferiore, naturale. Un immaginario che non riflette il mondo, ma lo organizza secondo rapporti di potere.   Questa intuizione viene radicalizzata sul piano linguistico e culturale da Ngũgĩ wa Thiong’o, scrittore e intellettuale keniota, che in “Decolonising the Mind” mostra come la lingua coloniale condizioni ciò che è pensabile, narrabile e desiderabile. Colonizzare la mente significa addestrare l’immaginazione a guardarsi dal punto di vista dell’altro, del dominatore, e a perdere il proprio.   Il pensiero decoloniale latinoamericano di Walter Mignolo introduce il concetto di colonialità: l’idea che il colonialismo non finisca con l’indipendenza politica, ma continui nelle categorie del sapere, nei criteri di validità, nei modelli di sviluppo e nei nostri immaginari globali.   È in questo quadro che oggi possiamo ragionare sulla decolonizzazione dell’immaginario: non come gesto simbolico o semplice correzione delle rappresentazioni, ma come processo critico che rende visibile ciò che viene percepito come naturale, universale o inevitabile, mostrando invece la sua origine storica e situata.   Capire da dove guardiamo è spesso il primo passo per capire cosa vediamo.   Ed ecco che l’economista e filosofo Serge Latouche va persino oltre: l’immaginario da decolonizzare diventa il nostro: la visione di cui liberarci passa all’idea che l’economia sia il fine ultimo dell’esistenza umana, per ricollocarla come semplice mezzo al servizio della vita. De-occidentalizzare noi stessi, auto-decolonizzarci.    Un cambio di sguardo per “rompere la dipendenza” prodotta dal consumismo contemporaneo, contro una narrazione che il colonialismo ha imposto agli “altri”, ma che oggi ci imprigiona tutti.   •Fanon, F. (2015). Pelle nera, maschere bianche (S. Chiletti, Trad.). Pisa, Italia: ETS.  •Fanon, F. (2007). I dannati della terra. Torino, Einaudi.  •Latouche, S., & Bosio, R. (2014). Decolonizzare l’immaginario: Il pensiero creativo contro l’economia dell’assurdo. Milano, EMI. •Mignolo, W. D., & Walsh, C. E. (2024). Decolonialità: Concetti, analisi, prassi (T. Visone, a cura di). Roma, Castelvecchi.  •Ngũgĩ wa Thiong’o. (2015). Decolonizzare la mente: La politica della lingua nella letteratura africana. Milano, Jaca Book.  •Said, E. W. (2013). Orientalismo: L’immagine europea dell’Oriente (S. Galli, Trad.). Torino, Bollati Boringhieri.
A metà Novecento, Frantz Fanon, psichiatra e teorico della decolonizzazione, mostra in “I dannati della terra” e “Pelle nera, maschere bianche” un colonialismo che non si limita a occupare territori: produce soggetti, interiorizza gerarchie, plasma il modo in cui colonizzati e colonizzatori imparano a vedersi e a vedere il mondo.   Negli anni Settanta, Edward Said in “Orientalismo” critica un Occidente che non ha semplicemente descritto l’“Oriente”, ma lo ha costruito come immagine coerente, esotica, inferiore, naturale. Un immaginario che non riflette il mondo, ma lo organizza secondo rapporti di potere.   Questa intuizione viene radicalizzata sul piano linguistico e culturale da Ngũgĩ wa Thiong’o, scrittore e intellettuale keniota, che in “Decolonising the Mind” mostra come la lingua coloniale condizioni ciò che è pensabile, narrabile e desiderabile. Colonizzare la mente significa addestrare l’immaginazione a guardarsi dal punto di vista dell’altro, del dominatore, e a perdere il proprio.   Il pensiero decoloniale latinoamericano di Walter Mignolo introduce il concetto di colonialità: l’idea che il colonialismo non finisca con l’indipendenza politica, ma continui nelle categorie del sapere, nei criteri di validità, nei modelli di sviluppo e nei nostri immaginari globali.   È in questo quadro che oggi possiamo ragionare sulla decolonizzazione dell’immaginario: non come gesto simbolico o semplice correzione delle rappresentazioni, ma come processo critico che rende visibile ciò che viene percepito come naturale, universale o inevitabile, mostrando invece la sua origine storica e situata.   Capire da dove guardiamo è spesso il primo passo per capire cosa vediamo.   Ed ecco che l’economista e filosofo Serge Latouche va persino oltre: l’immaginario da decolonizzare diventa il nostro: la visione di cui liberarci passa all’idea che l’economia sia il fine ultimo dell’esistenza umana, per ricollocarla come semplice mezzo al servizio della vita. De-occidentalizzare noi stessi, auto-decolonizzarci.   Un cambio di sguardo per “rompere la dipendenza” prodotta dal consumismo contemporaneo, contro una narrazione che il colonialismo ha imposto agli “altri”, ma che oggi ci imprigiona tutti.   •Fanon, F. (2015). Pelle nera, maschere bianche (S. Chiletti, Trad.). Pisa, Italia: ETS. •Fanon, F. (2007). I dannati della terra. Torino, Einaudi. •Latouche, S., & Bosio, R. (2014). Decolonizzare l’immaginario: Il pensiero creativo contro l’economia dell’assurdo. Milano, EMI. •Mignolo, W. D., & Walsh, C. E. (2024). Decolonialità: Concetti, analisi, prassi (T. Visone, a cura di). Roma, Castelvecchi. •Ngũgĩ wa Thiong’o. (2015). Decolonizzare la mente: La politica della lingua nella letteratura africana. Milano, Jaca Book. •Said, E. W. (2013). Orientalismo: L’immagine europea dell’Oriente (S. Galli, Trad.). Torino, Bollati Boringhieri.

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