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CHI È MANFREDINI E COSA HA REALMENTE DIMOSTRATO Daniele Manfredini insegna Gnatologia clinica all’Università di Siena e dirige il Master in Orofacial Pain and TMD. Expertscape lo ha posto ai vertici mondiali per DTM e bruxismo. Nel 2017, con Lombardo e Siciliani, analizza 25 studi: non emerge supporto a un ruolo dell’occlusione nella fisiopatologia dei DTM. Resta un debole segnale sulle interferenze mediotrusive, senza prova di causalità. Il rapporto può essere inverso: dolore o rimodellamento condilare cambiano i contatti; il clinico mola il precontatto scambiando l’effetto per la causa. La teoria ha resistito perché molti DTM oscillano e migliorano spontaneamente. Dopo molaggi, ortodonzia o riabilitazioni il merito veniva attribuito alla terapia: bias di conferma. Vulnerabilità e iatrogenesi possono invece favorire la cronicizzazione. Anche il bruxismo è un comportamento motorio, non una malattia. Può essere fattore di rischio, talvolta protettivo, o segnale di apnee del sonno, reflusso o ansia. Se ne gestiscono le conseguenze. Il bite protegge dall’usura, ma non spegne necessariamente l’attività muscolare né “riallinea” nulla. Per i dieci punti INfORM/IADR i DTM hanno eziologia biopsicosociale e multifattoriale. La diagnosi è clinica e standardizzata. Imaging solo se cambia la gestione: RM per i tessuti molli, CBCT per l’osso. Elettromiografia, tracciatori mandibolari e pedane posturali non sono supportati nella routine. Prima linea: educazione, automanagement, esercizi, fisioterapia e, se indicata, terapia cognitivo-comportamentale. I dispositivi orali sono seconda linea: reversibili, temporanei e rivalutati. Molaggi, riposizionamenti condilari e grandi riabilitazioni non sono indicati nella maggior parte dei DTM; la chirurgia è rara. Due eccezioni: cambiamento occlusale acuto, come una corona alta seguita subito dai sintomi, e morso che cambia lentamente per patologia condilare. Qui l’occlusione è una spia: un morso aperto anteriore progressivo, specie in una giovane donna, fa sospettare riassorbimento condilare o artrite, non richiede molatura. Prima della visita si può fare solo screening. Il 3Q/TMD indaga dolore settimanale, dolore aprendo o masticando e blocco: tre “no” rendono il DTM improbabile; un “sì” non è diagnosi. Anche il TMD Pain Screener seleziona, non diagnostica. Origine muscolare: dolore sordo e diffuso, peggiore a fine giornata o al risveglio, riconosciuto premendo i muscoli. Origine articolare: dolore puntiforme davanti al trago, movimento doloroso, click, crepitio o blocco a 25-30 mm con deflessione omolaterale. Uno spostamento che torna al centro può indicare riduzione del disco; se persiste, limitazione strutturale. Bandiere rosse: febbre o gonfiore, impossibilità improvvisa di chiudere la bocca, perdita di sensibilità di labbro o mento, morso cambiato rapidamente, dolore notturno ostinato o cefalea nuova. Dolore diffuso, cronicità, comorbidità o fallimenti ripetuti richiedono diagnosi differenziale e invio. La linea guida BMJ 2023 sostiene soprattutto educazione, esercizi e stretching supervisionati, mobilizzazione, terapia manuale, postura e CBT; ridimensiona bite, TENS, laser, farmaci e procedure invasive. Ma dire “il bite è inutile” è scorretto: può aiutare alcuni pazienti, però è spesso sopravvalutato. Va controllato, limitato nel tempo e inserito in un percorso, mai seguito automaticamente da terapie irreversibili. Il team è multidisciplinare: odontoiatra esperto, fisioterapista e, se serve, psicologo, medico del sonno/ORL, reumatologo, neurologo o chirurgo. L’odontotecnico realizza il dispositivo prescritto: non decide diagnosi o indicazione. L’occlusione conta molto per stabilità, funzione e durata delle protesi, ma pochissimo come causa della maggior parte dei DTM. Il morso non è automaticamente la causa, il bite non è automaticamente la cura e rifare tutti i denti per eliminare dolore o cefalea significa applicare un paradigma ridimensionato dalla ricerca.
CHI È MANFREDINI E COSA HA REALMENTE DIMOSTRATO Daniele Manfredini insegna Gnatologia clinica all’Università di Siena e dirige il Master in Orofacial Pain and TMD. Expertscape lo ha posto ai vertici mondiali per DTM e bruxismo. Nel 2017, con Lombardo e Siciliani, analizza 25 studi: non emerge supporto a un ruolo dell’occlusione nella fisiopatologia dei DTM. Resta un debole segnale sulle interferenze mediotrusive, senza prova di causalità. Il rapporto può essere inverso: dolore o rimodellamento condilare cambiano i contatti; il clinico mola il precontatto scambiando l’effetto per la causa. La teoria ha resistito perché molti DTM oscillano e migliorano spontaneamente. Dopo molaggi, ortodonzia o riabilitazioni il merito veniva attribuito alla terapia: bias di conferma. Vulnerabilità e iatrogenesi possono invece favorire la cronicizzazione. Anche il bruxismo è un comportamento motorio, non una malattia. Può essere fattore di rischio, talvolta protettivo, o segnale di apnee del sonno, reflusso o ansia. Se ne gestiscono le conseguenze. Il bite protegge dall’usura, ma non spegne necessariamente l’attività muscolare né “riallinea” nulla. Per i dieci punti INfORM/IADR i DTM hanno eziologia biopsicosociale e multifattoriale. La diagnosi è clinica e standardizzata. Imaging solo se cambia la gestione: RM per i tessuti molli, CBCT per l’osso. Elettromiografia, tracciatori mandibolari e pedane posturali non sono supportati nella routine. Prima linea: educazione, automanagement, esercizi, fisioterapia e, se indicata, terapia cognitivo-comportamentale. I dispositivi orali sono seconda linea: reversibili, temporanei e rivalutati. Molaggi, riposizionamenti condilari e grandi riabilitazioni non sono indicati nella maggior parte dei DTM; la chirurgia è rara. Due eccezioni: cambiamento occlusale acuto, come una corona alta seguita subito dai sintomi, e morso che cambia lentamente per patologia condilare. Qui l’occlusione è una spia: un morso aperto anteriore progressivo, specie in una giovane donna, fa sospettare riassorbimento condilare o artrite, non richiede molatura. Prima della visita si può fare solo screening. Il 3Q/TMD indaga dolore settimanale, dolore aprendo o masticando e blocco: tre “no” rendono il DTM improbabile; un “sì” non è diagnosi. Anche il TMD Pain Screener seleziona, non diagnostica. Origine muscolare: dolore sordo e diffuso, peggiore a fine giornata o al risveglio, riconosciuto premendo i muscoli. Origine articolare: dolore puntiforme davanti al trago, movimento doloroso, click, crepitio o blocco a 25-30 mm con deflessione omolaterale. Uno spostamento che torna al centro può indicare riduzione del disco; se persiste, limitazione strutturale. Bandiere rosse: febbre o gonfiore, impossibilità improvvisa di chiudere la bocca, perdita di sensibilità di labbro o mento, morso cambiato rapidamente, dolore notturno ostinato o cefalea nuova. Dolore diffuso, cronicità, comorbidità o fallimenti ripetuti richiedono diagnosi differenziale e invio. La linea guida BMJ 2023 sostiene soprattutto educazione, esercizi e stretching supervisionati, mobilizzazione, terapia manuale, postura e CBT; ridimensiona bite, TENS, laser, farmaci e procedure invasive. Ma dire “il bite è inutile” è scorretto: può aiutare alcuni pazienti, però è spesso sopravvalutato. Va controllato, limitato nel tempo e inserito in un percorso, mai seguito automaticamente da terapie irreversibili. Il team è multidisciplinare: odontoiatra esperto, fisioterapista e, se serve, psicologo, medico del sonno/ORL, reumatologo, neurologo o chirurgo. L’odontotecnico realizza il dispositivo prescritto: non decide diagnosi o indicazione. L’occlusione conta molto per stabilità, funzione e durata delle protesi, ma pochissimo come causa della maggior parte dei DTM. Il morso non è automaticamente la causa, il bite non è automaticamente la cura e rifare tutti i denti per eliminare dolore o cefalea significa applicare un paradigma ridimensionato dalla ricerca.

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