𝓙𝓸𝓼𝓮𝓹𝓱 :
Viviamo in una società nella quale il lavoro viene presentato come una delle fondamenta dell’esistenza umana.
Fin da bambini ci viene chiesto cosa vogliamo “fare da grandi”. Crescendo, la domanda diventa “che lavoro fai?”. Quando diventiamo adulti, il nostro valore sembra essere misurato attraverso ciò che produciamo, attraverso quanto guadagniamo, attraverso il prestigio della nostra professione e attraverso il contributo che offriamo all’economia.
Lavorare non è più soltanto un mezzo per procurarsi le risorse necessarie a vivere.
È diventato un’identità.
Il lavoratore non è semplicemente una persona che vende una parte del proprio tempo in cambio di denaro. È un individuo al quale viene insegnato che la propria dignità dipende dalla sua produttività, che il suo tempo deve essere organizzato, che le sue giornate devono avere uno scopo economicamente riconoscibile e che una vita priva di produzione è, in qualche modo, una vita sprecata.
Ed è proprio per questo che, osservata attraverso una lente filosofica e simbolica, la figura del disoccupato può assumere un significato completamente diverso.
Il disoccupato diventa l’uomo che non produce.
L’uomo che non timbra.
L’uomo che non risponde a un superiore.
L’uomo che non vende otto, dieci o dodici ore della propria giornata a un’organizzazione.
L’uomo che, almeno simbolicamente, si trova al di fuori del grande meccanismo produttivo.
E proprio per questo può diventare una rappresentazione paradossale della libertà.
2026-08-29 21:50:22