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C’è un paradosso insidioso nel modo in cui oggi occupiamo lo spazio pubblico: sentiamo il bisogno di "identificarci" in una parte, in un’etichetta, in una trincea. Ma nel momento in cui ci identifichiamo totalmente in uno schieramento, abdichiamo, di fatto, alla libertà del nostro pensiero.
Diventiamo portavoce di posizioni che non abbiamo vagliato, aderendo per inerzia o per convenienza a dogmi che, in un’analisi spassionata, forse non condivideremmo mai. È l'illusione dell’ego che cerca rassicurazione nel gruppo, barattando la propria autonomia intellettuale con la sicurezza di non sentirsi soli.
Il rimpallo incessante di accuse, il gioco infantile del "noi contro loro", non serve a far emergere la realtà: serve solo a gonfiare un senso di superiorità morale che appare tanto più fragile quanto più è ostentato. Sentirsi "migliori a prescindere" è la forma più alta di pregiudizio; è un muro che impedisce di vedere che la verità non ha padroni e non abita mai in un unico accampamento.
La verità è inquieta, scomoda e, soprattutto, non ha bisogno di tifoserie. Supera sempre i confini degli schieramenti perché è, per sua natura, più vasta di chiunque pretenda di possederla.
Forse, la sfida più grande oggi non è scegliere da che parte stare, ma avere il coraggio di restare in piedi da soli, senza cercare rifugio nelle certezze preconfezionate di nessuno, neanche la tua.
2026-10-12 02:19:25