Sara :
“… per manifestare a favore del diritto di espressione e di dissenso”.
Leggendo questa frase, nella descrizione, mi sorge spontanea una domanda: con quale coerenza si può manifestare in difesa della libertà di espressione e del diritto al dissenso sventolando la bandiera di Che Guevara?
Quest’ultimo, infatti, non fu soltanto il simbolo della rivoluzione e della lotta contro le disuguaglianze sociali. Fu anche un uomo che sostenne la violenza rivoluzionaria, giustificò le esecuzioni politiche e contribuì alla costruzione di un sistema autoritario, nel quale il DISSENSO poteva essere considerato un TRADIMENTO della rivoluzione.
La sua visione della società era profondamente ideologica, la rivoluzione veniva anteposta alle libertà individuali, mentre la repressione degli oppositori era GIUSTIFICATA in nome della difesa del nuovo ordine politico.
C’è un aspetto storico che non può essere ignorato: nel 1959, alla Fortezza di La Cabaña, all’Avana, Che Guevara ebbe un ruolo nella supervisione dei tribunali rivoluzionari e nelle esecuzioni di persone condannate dopo la caduta del regime di Batista. Il numero esatto delle vittime attribuibili a quel periodo è controverso, ma il suo coinvolgimento nelle esecuzioni è documentato.
Ecco, dunque, la contraddizione che mi colpisce: come si può rivendicare il diritto di dissentire e, contemporaneamente, celebrare una figura storica che giustificò la repressione politica e il ricorso alle esecuzioni in nome di un ideale?
La libertà di espressione non dovrebbe essere un principio da invocare soltanto quando si condivide una causa. Dovrebbe valere sempre. Se il dissenso è davvero un diritto fondamentale, non può essere subordinato alla fedeltà, a una rivoluzione, a un partito o a un’ideologia. Perché la libertà non può essere difesa coerentemente celebrando chi, in nome di un ideale, ha contribuito a giustificare la sua negazione.
2026-10-14 20:16:06