@_anumsajjad: #georgecloony arriving at Venice Film Festival press conference #georgecloonyvenice #venicefilmfestival

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queenheavenalthan
queenheavenalthaniamir :
hy George from my beautiful Life
2026-09-02 17:34:54
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2026-09-02 17:34:25
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2026-09-02 17:34:08
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2026-09-02 17:34:37
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Uno dei vari temi che tratta Ernia in Jeantoneria di @Antonio Giorgino apre un’argomento: I concerti in Italia costano sempre di più. E la cosa assurda è che, nonostante questo, le persone continuano ad andarci. Anzi: ci vanno più di prima. Il prezzo medio di un biglietto oggi si aggira intorno ai 38€, ma per i grandi eventi supera facilmente i 60€. E dietro questi numeri non c’è una singola causa, ma un intero sistema che negli anni ha cambiato il modo in cui la musica viene prodotta, distribuita e venduta. Lo streaming ha ridotto drasticamente i guadagni diretti degli artisti. Oggi milioni di ascolti spesso non bastano a sostenere economicamente una carriera. Per questo il live è diventato il vero centro dell’industria musicale: il luogo dove si recuperano margini, investimenti e visibilità. Poi c’è tutto il lato invisibile dei concerti. Tecnici, fonici, light designer, montatori, trasporti, produzione. Figure fondamentali che durante la pandemia sono state abbandonate o costrette a cambiare lavoro, senza un reale riconoscimento professionale. Oggi questi professionisti sono meno, e proprio per questo costano di più. Anche per questo molte prevendite aprono con larghissimo anticipo: servono liquidità immediata e garanzie economiche per sostenere la macchina produttiva. A questo si aggiungono le piattaforme di ticketing, che trattengono una percentuale importante sul prezzo finale del biglietto, spesso tra il 20% e il 30%. Una parte del costo che il pubblico paga senza nemmeno percepirla davvero. E poi ci sono gli anticipi. Il promoter paga l’artista prima ancora che venga venduto un solo biglietto. Quel denaro, però, deve essere recuperato. E per recuperarlo si alzano i prezzi, si spinge sulla comunicazione del sold out e si crea una pressione enorme attorno all’evento. Perché oggi il sold out non è solo un risultato: è marketing. Serve ad attirare sponsor, aumentare la percezione del valore, generare hype, ottenere nuovi contratti. Uno stadio mezzo vuoto non è contemplato, perché economicamente e simbolicamente sarebbe un fallimento. E alla fine tutta questa pressione ricade sul pubblico. Per questo il rifiuto degli anticipi da parte di alcuni artisti diventa una scelta importante. Significa provare a uscire da una catena economica che obbliga a rincorrere numeri sempre più grandi, prezzi sempre più alti e sold out sempre più forzati. Significa cercare maggiore autonomia. E, potenzialmente, rendere i concerti più accessibili. La domanda finale allora è inevitabile: quando compriamo un biglietto, stiamo solo pagando un concerto… o stiamo anche scegliendo quale modello di industria musicale vogliamo sostenere? #concerti #ernia #podcast
Uno dei vari temi che tratta Ernia in Jeantoneria di @Antonio Giorgino apre un’argomento: I concerti in Italia costano sempre di più. E la cosa assurda è che, nonostante questo, le persone continuano ad andarci. Anzi: ci vanno più di prima. Il prezzo medio di un biglietto oggi si aggira intorno ai 38€, ma per i grandi eventi supera facilmente i 60€. E dietro questi numeri non c’è una singola causa, ma un intero sistema che negli anni ha cambiato il modo in cui la musica viene prodotta, distribuita e venduta. Lo streaming ha ridotto drasticamente i guadagni diretti degli artisti. Oggi milioni di ascolti spesso non bastano a sostenere economicamente una carriera. Per questo il live è diventato il vero centro dell’industria musicale: il luogo dove si recuperano margini, investimenti e visibilità. Poi c’è tutto il lato invisibile dei concerti. Tecnici, fonici, light designer, montatori, trasporti, produzione. Figure fondamentali che durante la pandemia sono state abbandonate o costrette a cambiare lavoro, senza un reale riconoscimento professionale. Oggi questi professionisti sono meno, e proprio per questo costano di più. Anche per questo molte prevendite aprono con larghissimo anticipo: servono liquidità immediata e garanzie economiche per sostenere la macchina produttiva. A questo si aggiungono le piattaforme di ticketing, che trattengono una percentuale importante sul prezzo finale del biglietto, spesso tra il 20% e il 30%. Una parte del costo che il pubblico paga senza nemmeno percepirla davvero. E poi ci sono gli anticipi. Il promoter paga l’artista prima ancora che venga venduto un solo biglietto. Quel denaro, però, deve essere recuperato. E per recuperarlo si alzano i prezzi, si spinge sulla comunicazione del sold out e si crea una pressione enorme attorno all’evento. Perché oggi il sold out non è solo un risultato: è marketing. Serve ad attirare sponsor, aumentare la percezione del valore, generare hype, ottenere nuovi contratti. Uno stadio mezzo vuoto non è contemplato, perché economicamente e simbolicamente sarebbe un fallimento. E alla fine tutta questa pressione ricade sul pubblico. Per questo il rifiuto degli anticipi da parte di alcuni artisti diventa una scelta importante. Significa provare a uscire da una catena economica che obbliga a rincorrere numeri sempre più grandi, prezzi sempre più alti e sold out sempre più forzati. Significa cercare maggiore autonomia. E, potenzialmente, rendere i concerti più accessibili. La domanda finale allora è inevitabile: quando compriamo un biglietto, stiamo solo pagando un concerto… o stiamo anche scegliendo quale modello di industria musicale vogliamo sostenere? #concerti #ernia #podcast

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